
pausina

"Il canto è nato prima della parola parlata, la poesia è nata prima della prosa, la religione e l'arte sono nate prima della scienza. Nulla di tutto questo è stato inutile. Anzi i grandi avanzamenti sono avvenuti grazie a queste poche svolte vitali e feconde che si sono periodicamente inserite nel lungo cammino percorso dall'umanità. L'arte perciò è rivoluzione. Il conformismo è feticcio, è deformazione, è lezioncina recitata a memoria, detta come la può balbettare l'alunno che quando recita, quando dice a memoria, non sa recitare, non sa pronunciare, non sa adoperare un linguaggio umano. Cosa che avviene in quasi tutte le scuole, in quasi tutte le sacrestie, in quasi tutte le accademie e le università moderne" Amadeo Bordiga, 1962.

Lo stile è non avere stile. Mi sono trovata questa soluzione per continuare a scrivere. Quando ce la metto tutta per esprimere concetti plausibili in una forma buona o almeno decente, mi sono accorta di scrivere delle stronzate come la maggior parte degli “scrittori”. Allora tanto vale lasciare scorrere le parole come arrivano senza l’ossessione della precisione, del grammatically-correct, dell’idea sensazionale. Credo sia una conquista trovare spunti di fantasia, non trattenerla con critica a priori, e sperimentare in qualche modo l’assurdo; la parola diventa un’incisione a sangue, il racconto una mappa di un vissuto personale che si sta svelando nello scrivere. Libertà totale a scapito della chiarezza per rintracciare quella parte oltre se stessi, osare per sfuggire all’anonimato. Una suggestione, in fondo scrivere è sognare ad occhi aperti, una partecipazione del corpo, un tutt’uno del fluire dei pensieri e le dita sulla tastiera. Il linguaggio poetico è ancora praticabile, mi sono chiesta. Penso di sì, più che mai oggi. In un’accezione diversa, fuori dalle regole. C’è un malessere diffuso, imbrigliato, indotto e sostenuto dal contesto sociale che si traduce in difficoltà a comunicare, la poesia allora diventa uno sfiato e proprio perchè incontra/scontra una resistenza esterna ha ragion d’essere in pienezza, senza ipocrisia. Quello della poesia è il territorio dell’impossibile, una linea di confine in cui ogni soggetto può ritrovare la propria verità.
[fotografia dal web - sto riordinando il blog, si fà per dire è un tale casino, ed ho ritrovato alcuni post che penso di riproporre, questo è uno]

piove. novembre consuma la lentezza misteriosa di un seme. inutile nominare parole, le cose succedono, succedono e basta. il verde luccica immobile, respira nella brevità di un attimo tra goccia e goccia; una filigrana incastonata di perle la commozione del sesso: ancora l’ardore dell’amore mi dà meraviglia
[la mia gattina sceglie il tepore del calorifero, pare una statuetta egizia, occhi smeraldo; mi ricorda la domenica, il calore di casa, la tavola apparecchiata con la ceramica e i cristalli scintillanti, i mobili lucidati a cera, eppure qualcosa di fragile manca alla sinergia del sentire. nel cuore s’è depositato uno strato di sale, brucia.
l’amore si frantuma nelle vicissitudini umane si scontra con la lesione irreversibile di essere uno con l’altro; la necessità creativa del simbolo a bordare il vuoto si frappone in pensieri assurdi, abbiamo bisogno dell’acqua fresca dell’assurdo come una sorgente, sassolini di mare e vetrini colorati formano un ricamo al giorno. arte, un pizzo, odore di sapone alle mandorle, il timbro della tua voce e fuori al balcone il fiore della camelia sta sbocciando].

Sai ho detto a Mark sono infuriata con te.
No dice lui sei stufa.
Lui faceva il ritratto a Brad addormentato sul letto.
Sì dissi io sono proprio stufa.

Un'ombra densa sul cuscino e quella smania di scrivere per compensare il furore della mente;
il mancato ardire della gioia d’amore si trasforma in insetto immondo, tutto vuol distruggere. Scomparire**
Capelli lucidi di pomata e dolore al petto. Ancora ti tormenti per il destino dell’ebreo orientale, il ghetto, la bottega col tavolo di noce o pensi alle donne sfiorate di traverso? Ligio, puntuale, efficiente funzionario, dott. Franz Kafka, delle regie assicurazioni.
E’ un sollievo saperti ristorato, seduto in poltrona vicino alla finestra sul Prenzlauer Berg*** col plaid alle ginocchia e l’occhio vigile di Dora; ascolti la radio, mangi un tocchetto di mela (forse) sorridi ai fiori della tappezzeria. Te ne chiedi il motivo? Un inganno, un segno nell’intonaco, amico mio.

fragile
da un po’ di tempo a questa parte
dimentica le cose o le inventa. una porcellana
impolverata nella vetrinetta della credenza che
ha cancellato i suoi disegni. sulle pareti i ritratti
di famiglia e un grande quadro coi fiori rossi,
negli angoli solo sconosciuti; sotto la lampada di
carta cinese uno strano male. opaca la pietra
azzurra degli occhi. la mente si perde, svanisce.
all’invito per un caffè siede nel terrazzino,
la gonna grigia e il golfino ricamato al carrè,
mi guarda smarrita dal suo mondo separato:
signorina, scusi, lei chi è?
[fotografia di J. Sudek]

le donne della Georgia sono belle
al mercato, sono in fila al banco della frutta e verdura. prima di me una signora alta, bionda, con un certo piglio, i capelli tenuti alla nuca da un foulard di seta a fiori, la faccia pulita e grandi occhi grigi tristi. stiamo lì in attesa, lei comincia a parlare nella sua lingua, non capisco. vedo il luccichio dei denti, sorride. “sono della Georgia” dice in perfetto italiano, poi toglie dalla borsetta una fotografia sguarcita: “mio figlio, studia da medico, per lui sono qui a fare la badante”. sorrido.

digressione number seven
“ma, mio caro, pochissime cose giungono a compimento: che cos’è, in genere, la vita, se non una serie di episodi incompleti?” Trouman Capote
nessuna forma di dolore è tanto crudele quanto una separazione non voluta, tocca l’origine dell’angoscia e la penetra fin dove arriva la vita.
ci risiamo sto piangendo di nuovo, devo muovermi, bere. sono una persona complicata per sè e per gli altri, la parte la recito quasi alla perfezione, la cosa seccante è che c’è sempre un attimo vuoto, decisivo. mi porto dietro il fallimento, non causale, un fiasco colossale. se non fossi così goffo e contorto al limite del comico e poi sono

Praga
una vetrina di vetri luccicanti, la bottega di libri antichi, l’orafo con le filigrane incastonate di ambra ed ametista, in là la fabbrica dei saponi, quella degli abiti su misura e dei cappelli,
dalle chiese la musica classica accarezza come un lieve soffio di vento, diventa desiderio;
e se fai attenzione puoi scorgere Franz Kafka, sta tornando a casa sua, in via Celetnà, con bombetta e vestito nero.
la letteratura tedesca. il mistero, alchimia, spiritismo, magia nei vicoli oscuri e umidi, negli anfratti dei grandi portoni.
Praga, città d’oro, adagiata fra le sponde del fiume, trova rifugio negli orti botanici e nei giardini fioriti, respira di lontano i profili delle cupole e dei campanili, la magnificenza dei palazzi nobili e nella luce rossastra del pomeriggio inoltrato, coglie per un attimo la perfezione: l’arcano nella folgorante lastra della vecchia macchina per fotografie di Josef Sudek
[fotografia di J.Sudek]